Giunto alla
stazione di Viareggio lo attendeva il bagaglio con i ricordi di un tempo, lì, come se non
fossero passati undici anni, o come se fossero trascorsi solo per lui, in una specie di
seconda vita parallela. Raggiunse in fretta il viale a mare. Tutto era rimasto come
allora, quando trascorrevano il mese di agosto in una casina in affitto presso il solito
stabilimento balneare. Attraversò la piazza del carnevale, piazza Mazzini, proprio come a
quel tempo, costeggiando il muretto che la delimita dalla spiaggia, terra di nessuno nel
confine fra la terra ferma e il mare. Marco ci saltellava sopra e lui lo sorreggeva con il
braccio teso e la mano stretta, era un babbo protettivo, allora. Finalmente giunse di
fronte al bagno dei ricordi felici e terribili: bagno Nord.
Lo stabilimento era ancora chiuso perché la stagione sarebbe cominciata solo tra un mese,
e gli operai presenti tinteggiavano alacremente le “gabine”, come le chiamano
loro, e le sdraio, affinché ogni stagione tutto sembrasse nuovo, ma tutto in realtà era
rifatto. Il tavolo da pingpong, gli anelli, la fontanella per lavarsi i piedi contornata
da conchiglie. Tutto immutato nel tempo, fuorché la condizione di quell’essere
umano. Umano poi. Essere. Essere e basta. Essere e basta avrebbe recitato fra sé e sé
tra non più di quattro ore.
La passerella non era stata ancora posata, quindi si riempì le scarpe di sabbia fine per
raggiungere le prime fresche onde di quel maledetto mare. Si fermò immobile e lo fissò,
in cerca di una vendetta per avergli distrutto la vita. Riteneva che fosse tutta colpa
sua. Avrebbe voluto prosciugarlo, se fosse falsa la pena, ma aveva cambiato pelle; provò
pietà per l’altro, e ancor più di sé, quindi inginocchiandosi supino, gli caddero
due lacrime dal viso, che versò nel mare. Salato! Divenne salato! Allora sì che divenne
salato! In quel gesto percepì la riconciliazione e, stringendo la sabbia umida fra le
dita, lo chiamò per nome, gridando tre volte di seguito:
- Mare, mare, mare - sommesso aggiunse - perché?
Una conchiglia lo ferì e il sangue defluì vigoroso e rosso dalla mano, finendo per
impastarsi con la sabbia della battigia, quando un’onda fragorosa se lo portò via.
Non disse altro e gli voltò le spalle, non curante che il nemico, finalmente sconfitto,
lo potesse prendere con l’inganno, e se ne andò via.
Tornato nella sua città si cambiò gli abiti, indossando una calda tuta e un paio di
comode scarpe da ginnastica, mangiò un panino con la mortadella e uscì di nuovo.
Alle millesettecentoventitre, sul binario ventuno, quello più a Nord, mollò tutto, prese
il treno e raggiunse il figlio, per sempre. Lo schianto fu dilaniante! Le carni e le ossa
si frammentarono in mille pezzi mentre il sangue sgorgava caldo dai lembi di ciccia. Il
cuore batté per qualche istante ancora, poiché l’impatto distrusse per primi gli
arti di destra. Il rantolo di quella pompa che presto pescò aria nelle arterie vi mise
fine. Poi esplose sotto il peso della locomotiva. Le reni, il fegato, la milza e le
interiora più grosse vennero raccolte nella prossimità del luogo dell’impatto dagli
operatori della Croce Verde giunti in soccorso. Li riposero dentro un sacco di plastica.
La gamba sinistra fu rinvenuta intiera, incastrata sotto una balestra di una ruota della
locomotiva, sessantasei passi dopo lo schianto; il piede calzava ancora la comoda scarpa.
Parte del cervello, delle sopracciglia, e l’occhio destro, furono lavati via
dall’operaio delle ferrovie addetto alla pulizia dei treni con una lancia termica ad
alta pressione. Un pezzo di cartilagine dell’orecchio sinistro, comprendente un
orecchino d’oro, venne portato via da un piccione della stazione prima che i
soccorritori se ne accorgessero, scacciandoli tutti in malo modo. L’anima volò via,
più veloce del treno e più in alto del volo dei piccioni.
Il momento del distacco non fu doloroso, ma netto e liberatorio. Quella era l’ultima
pelle che potesse cambiare nella trasformazione estrema e irreparabile, e lo fece con
dignitosa premeditazione, poiché non era pazzo, né stufo di vivere, poiché smettere, di
vivere, lo aveva già fatto da tempo; in quel pomeriggio maledetto al bagno Nord di
Viareggio. Ciò che rimase del portafogli fu conservato dall’agente di Polizia
ferroviaria e poi consegnato al Comando Carabinieri competente territorialmente, nella
persona del Maresciallo Garau, sardo di nascita. Il suo attendente, l’appuntato
Gargiulo di origine campana con tre figlie femmine e una suocera a carico, ricompose il
puzzle di documenti e ne ricavò un nome. Inserito nel terminale diede dopo pochi istanti
il frutto amaro di una vita spenta con forza: nato nell‘isola del Giglio (Grosseto)
nel 1964, residente in via... dal... precedenti penali... una ex moglie di nome... un
figlio, morto! Morto annegato nel ‘93 presso lo stabilimento balneare
“Nord” di Viareggio, in circostanze misteriose. Alle diciassette circa,
scomparve dalla vista della madre inghiottito da un’onda, per essere rinvenuto
cadavere sulla spiaggia all’alba del giorno seguente. Il patologo constatò che i
polmoni erano pieni di acqua salmastra, ma anche che sulla faccia aveva
un’espressione serena, particolare che lo stupì e lo indusse a commentare:
- Come di chi si lascia portare via dal dolce canto delle sirene!?
Mi chiamo Alessandro Marcelli, sono nato in Val di Chiana nel 1971 ma oramai vivo a Lucca da un sacco di anni; da quando cioè ho smesso di navigare il giorno in cui è nato Matteo che oggi è maggiore di nove anni rispetto alla sorella. Qui vivo immerso in ciò che ritengo il nirvana del terzo millennio: la normalità. Quindi oltre che lavorare come operaio nel settore cartario mi dedico, pare con i primi risultati, all’hobby della letteratura. In primavera ho pubblicato il mio primo romanzo dal titolo "Commercial Center" per conto di Felici Editore ed in autunno ha avuto seguito la pubblicazione del racconto "Lo sboccione" interno dell’antologia Giallo Pisano 2.